Un processo partecipativo funziona se riesce a coinvolgere anche chi di solito non ha voce. Per capire quanto è ampia questa fascia di popolazione, un indicatore utile è la quota di persone che dichiarano di sentirsi escluse dalla società, rilevata da Eurostat nel modulo 2022 sulla partecipazione sociale.
In Italia questa sensazione riguarda il 6,0% delle persone con almeno 16 anni, contro il 7,3% della media UE. L’Italia è 6ª su 26 Paesi per quota più bassa. I valori più alti si registrano in Irlanda (17,2%), Finlandia (14,6%), Grecia (12,9%).
Il profilo per età
Il dato medio nasconde un andamento per età molto diverso da quello europeo. In Italia i giovani tra 16 e 24 anni si sentono esclusi molto meno dei coetanei europei (3,4% contro 6,4%). La quota sale al 6,9% tra i 25 e i 34 anni, vicina alla media UE, scende nelle fasce centrali e torna a crescere dopo i 75 anni, quando raggiunge il 9,1%: l’unica fascia in cui l’Italia supera, di poco, la media europea.
È un’indicazione concreta per il dibattito pubblico. Le persone molto anziane sono quelle che più spesso si sentono ai margini e, allo stesso tempo, quelle che usano meno i canali digitali. Raggiungerle richiede strumenti diversi: incontri di prossimità, materiali cartacei, il coinvolgimento di centri anziani, parrocchie e associazioni di quartiere.
Inclusione e qualità della partecipazione
Sentirsi esclusi non significa necessariamente essere esclusi da un processo decisionale, ma i due fenomeni si alimentano. Chi percepisce di non contare difficilmente partecipa a una consultazione, e se non partecipa le sue esigenze rischiano di non entrare nel progetto. Un dibattito pubblico ben costruito può rompere questo circolo, a condizione di andare a cercare attivamente chi non si presenta da solo.