Partecipare a un dibattito pubblico significa sedersi allo stesso tavolo con persone che hanno interessi diversi: residenti, imprese, associazioni, tecnici, amministratori. Senza un minimo di fiducia reciproca il confronto diventa difficile. La fiducia negli altri è quindi un indicatore utile per capire da dove parte un processo partecipativo.
L’indagine europea sul reddito e le condizioni di vita chiede di esprimere, su una scala da 0 a 10, quanta fiducia si ha nella maggior parte delle persone. Nel 2024 il voto medio in Italia è stato di 6,2, contro 5,8 nella media dell’Unione. L’Italia è 10ª su 27 Paesi, a pari merito con la Spagna.
Un dato stabile e sopra la media
In testa alla classifica ci sono Romania (7,3), Finlandia (7,2), Polonia (7,0); in coda Cipro (3,7), Francia (4,3), Lituania (4,5). Le differenze tra Paesi sono più contenute di quelle osservate per la partecipazione civica, ma significative.
Nel tempo il dato italiano è cresciuto da 5,7 nel 2013 a 6,1 nel 2018 e si è poi stabilizzato intorno a 6,1-6,2. La media europea è rimasta sostanzialmente ferma tra 5,8 e 5,9.
Fiducia sì, partecipazione no
Il confronto con gli indicatori di partecipazione è istruttivo. L’Italia ha una fiducia interpersonale sopra la media europea, ma una partecipazione alla vita civica e al volontariato molto sotto la media. La fiducia nelle persone, da sola, non si traduce in impegno pubblico.
Per chi promuove un dibattito pubblico la fiducia negli altri è una risorsa: rende più probabile un confronto costruttivo tra portatori di interessi diversi. Ma va accompagnata dalla fiducia nel processo stesso, cioè dalla convinzione che le osservazioni verranno ascoltate e che la relazione conclusiva prevista dall’art. 40 del D.Lgs. 36/2023 e Allegato I.6 ne darà conto.