Quando si discute di un’opera pubblica, una parte del confronto avviene fuori dai canali ufficiali: sui social network, nei gruppi locali, nei commenti agli articoli. Per chi gestisce un dibattito pubblico questo spazio non è controllabile, ma va conosciuto.
L’indagine Eurostat sull’uso delle ICT misura la quota di persone che esprimono opinioni su temi civici o politici su siti web o social media. Nel 2025 in Italia lo ha fatto il 21,1% delle persone tra 16 e 74 anni, contro il 16,4% della media UE. L’Italia è 5ª su 27: davanti ci sono Ungheria (40,8%), Slovenia (32,1%), Paesi Bassi (28,2%), Cipro (21,2%).
Il vantaggio italiano si assottiglia
Dal 2021, primo anno della serie con questa definizione, la quota italiana è scesa dal 23,5% al 21,1%, mentre quella europea è salita dal 14,1% al 16,4%. Il divario si è così ridotto da 9,5 a 4,6 punti.
Un andamento simile si vede nell’indicatore complessivo di partecipazione civica o politica online calcolato da Eurostat: in Italia è passato dal 26,5% del 2021 al 24,2% del 2025, nell’Unione dal 17,4% al 20,6%.
Più attivi i giovani adulti
Esprimono opinioni online soprattutto le persone tra 16 e 44 anni: in Italia oltre un quarto dei 16-34enni (26,7% tra 16 e 24 anni, 27,1% tra 25 e 34). In tutte le fasce di età la quota italiana è superiore a quella europea.
Per il dibattito pubblico l’indicazione è duplice. Da un lato, una parte consistente della popolazione è già abituata a discutere di temi pubblici in rete: offrire spazi online ufficiali, moderati e documentati, può intercettare questa energia. Dall’altro, esprimere un’opinione non equivale a partecipare a un processo strutturato, che richiede informazione, ascolto e risposte motivate.