Il volontariato è una delle forme più concrete di partecipazione alla vita della comunità, e le reti associative sono spesso tra i protagonisti dei dibattiti pubblici: portano competenze, conoscenza del territorio e capacità di mobilitazione. Il modulo europeo 2022 sulla partecipazione sociale distingue due forme.
Il volontariato formale è svolto attraverso un’organizzazione, un’associazione o un gruppo. In Italia lo ha praticato negli ultimi dodici mesi il 5,3% delle persone con almeno 16 anni, contro il 12,3% della media UE. Il volontariato informale, cioè l’aiuto prestato direttamente ad altre persone fuori dalla propria famiglia, riguarda il 4,2% degli italiani e il 13,8% degli europei.
Il volontariato organizzato in Europa
Nel volontariato formale in testa ci sono Paesi Bassi (36,0%), Danimarca (26,0%), Lussemburgo (25,1%). In coda Bulgaria (3,0%), Romania (3,9%), Italia (5,3%). L’Italia è 24ª su 26.
Il confronto con il 2015, quando il volontariato formale riguardava il 12% degli italiani, indica un calo, anche se due sole rilevazioni a sette anni di distanza vanno confrontate con prudenza.
Formale e informale vanno di pari passo
Nel volontariato informale l’Italia è 23ª su 25. Mettendo a confronto le due forme si vede che nei Paesi dove si fa più volontariato organizzato tende a esserci anche più aiuto diretto, con alcune eccezioni: i Paesi Bassi hanno valori molto alti in entrambe, mentre in Polonia e Cipro l’aiuto diretto supera nettamente quello organizzato. L’Italia è nell’angolo in basso a sinistra, con valori bassi in tutte e due.
Le reti di volontariato nel dibattito pubblico
Il dibattito pubblico disciplinato dall’art. 40 del D.Lgs. 36/2023 e Allegato I.6 prevede il coinvolgimento dei soggetti interessati dall’opera. Le associazioni locali sono spesso il canale più efficace per raggiungere persone che altrimenti non parteciperebbero. Dove, come in Italia, la base di volontari è ristretta, conviene individuarle presto, mapparle e coinvolgerle già nella fase di preparazione del dossier di progetto.