Impianti di trattamento, termovalorizzatori, centri di compostaggio e biodigestori sono opere che suscitano spesso opposizione nei territori. Eppure senza impianti non c’è economia circolare. Capire a che punto è l’Italia nel riciclo aiuta a inquadrare il confronto su queste infrastrutture.
Nel 2023 il tasso di riciclo dei rifiuti urbani, che comprende anche compostaggio e digestione anaerobica, è stato in Italia del 50,8%, contro il 47,9% della media UE. L’Italia è 7ª su 27 Paesi.
Un percorso lungo vent’anni
All’inizio del secolo l’Italia era molto indietro: nel 2000 riciclava il 14,2% dei rifiuti urbani, la media europea il 27,3%. La crescita è stata costante per due decenni e nel 2016 l’Italia ha raggiunto la media europea, per poi superarla. Il massimo è stato toccato nel 2022, con il 53,3%.
Nel 2023 la quota è scesa al 50,8%, come quella europea. Una flessione in un solo anno non basta a indicare un’inversione di tendenza, ma segnala che l’obiettivo del 55% al 2025 previsto dalla direttiva quadro sui rifiuti richiede ancora un passo avanti. Gli obiettivi successivi sono il 60% al 2030 e il 65% al 2035.
Il confronto europeo
In testa ci sono Germania (68,7%), Austria (62,8%), Slovenia (59,8%), che hanno già superato l’obiettivo 2025; in coda Romania (12,4%), Cipro (15,8%), Bulgaria (16,7%). L’Italia fa meglio di Francia (40,3%) e Spagna (43,3%).
Per il dibattito pubblico il tema degli impianti di gestione dei rifiuti è delicato: il beneficio è diffuso, l’impatto percepito è concentrato. Discutere in modo trasparente fabbisogni, alternative di localizzazione, tecnologie e sistemi di controllo, anche quando la procedura non è obbligatoria, è il modo per evitare che il confronto si riduca a un sì o a un no.